Descrivere la storia e l'evoluzione di una razza canina è molto difficile.
Nel nostro caso, possiamo dire che gli attuali Akita inu ed Akita Americani hanno avuto un lungo periodo evolutivo comune poiché solo recentemente si sono nettamente differenziati.
Bisogna anzitutto comprendere che dalla preistoria sino a circa 15000 anni or sono la geografia dell'area che attualmente compone l'arcipelago del Giappone era notevolmente diversa da quella attuale. Infatti, sia per il fatto che la separazione tra i continenti era meno netta di oggi che per via del minor livello delle acque marine era possibile una migrazione delle diverse popolazioni locali attraverso quelle che attualmente sono la Siberia, l'Alaska ed il Giappone . La fusione dei ghiacci del Nord america causò drastici cambiamenti geografici in tutto il mondo.
In Giappone, l'aumento del livello marino causò la formazione di una catena di isole ed isolotti in quello che è oggi il mare del Giappone.
Queste isole, risultarono pertanto diverse tra loro come dimensioni, topografia e clima potendo trovarsi in climi da tropicale a quasi artico.
Alcune recenti scoperte archeologiche indicano come le progressive migrazioni dalla regione della attuale Corea e Cina, spinsero gradualmente i popoli nomadi locali verso nord. Conseguentemente all'arrivo di nuove genti, si sviluppò una società agricola stanziale destinata ad espandersi.
La separazione tra la terraferma e le isole fu causa di grandi difficoltà per gli interscambi, che , necessariamente diminuirono, rarefacendosi nel tempo.
Naturalmente questa situazione influì anche sulle popolazioni di cani: si differenziarono cosi diversi ceppi, peraltro tutti di tipo spitz, tra le varie isole.
In ognuna delle diverse aree si sviluppò una diversa tipologia di cani, più consona alle necessità della zona, con tipologie sempre meno generiche e via via più specializzate per il loro utilizzo. Purtuttavia la tipologia spitz rimase e persistette come dimostrano manoscritti ed illustrazioni del 16° secolo.
All'epoca, i Giapponesi intrattennero rapporti commerciali a nord con gli Ainu dell'attuale isola di Hokkaido e dei Karafuto , dell'attuale Siberia e Mongolia.
A sud, i Giapponesi ebbero rapporti alterni di commercio e guerre con i Coreani.
Ma il loro principale partner commerciale fu l'Impero Cinese, tanto è che le loro relazioni risalgono a circa 2500 anni fa. La Cina attrasse molto i Giapponesi: essi adottarono la loro scrittura e trasposero la loro religione scintoista con la forma cinese del Buddismo.
Tra i componenti della aristocrazia i cani erano ben visti e spesso erano oggetto di scambio di doni.
I cinesi mandarono molti cani in giappone: dai piccoli Chin, molto popolari tra le donne nobili, ai cani da caccia che potevano essere addestrati a lavorare in collaborazione con i falchi.
Tra i dipinti dei cani usati dai cinesi, ne sono raffigurati diversi che assomigliano molto all'attuale Saluki di oggi. Molti di queste tipologie di cani erano stati senza dubbio introdotti in Cina dall'Europa o dal Medio Oriente, dalle carovane di commercianti che percorrevano la Via della Seta.
Sebbene assimilassero molti elementi delle cultura cinese, nel tempo, gradualmente, i giapponesi se ne differenziarono arrivando ad isolarsi acquistando una loro autonomia.
Verso il 1500, i commerci della seta si realizzarono anche anche via mare. I Portoghesi, con i loro missionari gesuiti, si espansero in questa area e attraverso di loro anche dei cani europei arrivarono direttamente in oriente.
Ma solo sotto il dominio dello Shogun Togukawa Ieyasu il Giappone iniziò a lasciare l'isolamento in cui era confinato e riaprì i suoi porti alle navi ed ai commerci con l'estero.
Con le navi occidentali, arrivarono quindi anche nuovi cani (kari inu), per lo più destinati alla caccia.
La popolarità dei cani stranieri, unita alla scarsa sensibilità agli accoppiamenti, portò ad una diminuzione delle razze autoctone locali.
Intorno al 1635 però, i giapponesi ritornarono ad un isolazionismo che portò, nel 1640 a chiudere tutti i porti agli stranieri, fatta eccezione per quello di Yokohama. Rimase aperto solo il commercio con Cina, Corea e Mongolia.
L'isolamento del Giappone rimase per altri due secoli, sino a quando le navi da guerra dell'ammiraglio Perry entrarono nella Baia di Tokyo.
Ancora una volta in Giappone iniziò un notevole interesse per tutto ciò che era straniero e specialmente occidentale.
Gli ingegneri minerari europei iniziarono a lavorare nelle miniere delle montagne di Honshu, al nord. Una parte di questa zona è conosciuta come Prefettura di Akita, ma nel 1800 era chiamata Dewa, con capitale Odate. Era posizionata lontano dalle città delle pianure dell'ovest, in una area montuosa e fredda popolata da orsi ed alci. I cani da caccia, in questa zona erano tutti di grande mole ed il locale feudatario, poco impegnato nel governo locale, ebbe il merito di iniziare a selezionarli per lo scopo cui erano destinati. I suoi sforzi possono essere considerati come primo passo per la creazione dei grandi cani da caccia giapponesi.
Al contrario, nelle città, la popolazione prediligeva incroci tra cani autoctoni e cani stranieri. Solo il Chin cinese manteneva una certa purezza e non c'era attività di selezione che per lui.
Per secoli i Samurai tennero in gran conto i combattimenti tra cani. A ciò erano avvezzi cani che nel passato erano utilizzati per la caccia grossa. Ma ora, con i cambiamenti dovuti all'occidentalizzazione, alcuni di questi cani erano adibiti solo a ciò.
Tra questi i Tosa da combattimento: essi derivavano dall'incrocio tra i cani dell'isola di Shikoku con altri di tipologia mastinoide importati, per lo più alani tedeschi e mastini del tibet. Per aumentarela loro taglia e potenza si introdusse sangue dei cani nordici della zona di Dewa
Una notevole spinta alla selezione delle razze giapponesi si verificò anche per via dell'incrementato senso di nazionalismo giapponese: come l'interesse dei nipponici iniziò a concentrarsi sulla loro storia e cultura, essi iniziarono anche a porre attenzione ai cani che erano stati allevati nel tempo. Fortunatamente, l'isolamento in cui versavano le regioni del nord rispetto alle regioni agricole e fortemente urbanizzate delle pianure assicurava ancora la presenza dei ceppi di origine.
Quando l'attenzione si focalizzò sui cani autoctoni, i cani da caccia del nord (patagi inu) potevano garantire una base genetica per i rinsanguamenti. La prima rilevanza di questa attività la dette il prof. Watase che pubblicò un articolo sui cani giapponesi nel 1915.Egli fu anche membro di uno specifico comitato del Ministero degli Affari Interni.
Gli sforzi del prof.Watase culminarono nel Luglio del 1931, allorché il governo giapponese dichiarò il grande cane del giappone Monumento Nazionale. Gli si dette il nome di Akita, dal nome della prefettura di origine. Negli altri sei anni successivi altre razze furono riconosciute sia di taglia media che piccola.
Benché un primo club di appassionati fosse stato formato nel 1927, AKIHO, la spinta per ottenere l'apporto governativo venne dalla Nipponken Hozonkai.Questa associazione si costitui nel 1928, a Tokyo, per opera di H.Sato ed iniziò a pubblicare articoli, riviste , emettere pedigree e organizzare esposizioni.
L'interesse verso gli Akita crebbe con il tempo, sia per merito della storia , spesso favoleggiata, del cane Hachiko che riempi le prime pagine dei quotidiani del 1932 che per i racconti sui viaggi in giappone di Hellen Keller.
Tutto ciò portò ad un interesse verso i cani di origine: questo coincise anche con il crescente nazionalismo che evitò la scomparsa delle razze native.
Un primo standard venne pubblicato nel 1934: per redigerlo, i membri del comitato esecutivo utilizzarono scritti precedenti, studi storiografici, osservazioni sui cani delle diverse regioni unitamente alle loro rilevazioni eseguite durante le prime expo.
Trovarono molte difficoltà a determinare come dovesse essere il cane, per 200 anni vi erano stati disparati incroci che avevano alterato la morfologia degli originari cani da caccia per aumentarne taglia e combattività.
Soprattutto nella citta di Odate i cani erano considerati "enormi" mentre nel resto della provincia di akita erano solo "grandi".
Ma per fortuna, nelle zone rurali del nord, erano ancora molto diffusi i matagi inu, che furono utilizzati come riserva genetica per iniziare l'opera di ricostruzione.
Ovviamente questi sforzi si arrestarono con la 2° guerra mondiale. E quale direzione avrebbe preso la selezione dell'Akita senza di essa è solo ipotizzabile.
Mantenere cani di grande mole in un periodo bellico era opera molto difficile. Sia per la scarsità di cibo, sia perché la loro pelliccia servi a confezionare uniformi per i soldati.
Vi furono ordinanze specifiche anche nella prefettura di Akita e sopravvissero solo i cani usati dall'esercito e polizia.
Le perdite furono enormi e alla fine del conflitto la razza era prossima all'estinzione.
Nel 1948 si formò una altra associazione cinofila, la terza, Akikyo. Tutte e tre le organizzazioni avevano i loro registri, il proprio standard e i propri show. E molti cani erano iscritti contemporaneamente a più di una di loro.
Nel dopoguerra la razza destò l'interesse di molti americani che lavorarono in Giappone. Ci fu una crescente richiesta di cuccioli e cani, spesso però di scarsa qualità.
I cani migliori erano catalogati come Monumento Nazionale dal Governo, e con ciò se ne impediva l'esportazione all'estero.
Alcuni però riuscirono ad essere portati fuori, accompagnando i proprietari: qualcuno come pet, altri allevati o rivenduti. Per via del crescente interesse verso di loro, nel 1956 l'AKC americana accettò la nuova razza ma con limiti di proprietà per i propri iscritti.Come reazione a questo circolo chiuso, 11 persone proprietarie di circa 30 Akita fondarono l'Akita Club d'America nel 1956. Questo nel 1960 cambiò in parte nome.
A complicare le cose, si aggiunse un altro Club, nel 1963, gli Allevatori di American Akita, che ebbe il supporto di alcuni famosi allevatori dell'epoca.
Solo il 4.4.73 l'Akita fu ammesso tra le razze ufficiali dell'AKC . In un primo momento il Club nazionale si vide assegnata la registrazione dei cani, delle cucciolate. Successivamente, fu anche vietato l'importazione di soggetti dal Giappone in quanto gli enti americani e giapponesi non avevano rapporti di reciprocità.
Durante gli anni della guerra mondiale, erano sopravvissuti pochi akita e non tutti erano ideali come si desiderava fossero. In questo periodo si era fatto ricorso ad ulteriori incroci, specie con il pastore tedesco e con altri cani autoctoni.
Finito il conflitto , gli allevatori vollero eradicare ogni segno di queste altre razze canine, per tornare all'originale.
Nel giappone post bellico divennero prevalenti due linee di sangue, originatesi nel distretto di Odate: la Kongo-go e la Goromaru-go.
I Kongo erano quasi sempre vincitori in expo ed erano ben differenziati. Di colore sesamo scuro o nero con sottopelo marrone. I cani di questi colori frequentemente presentavano tratti in cui gli allevatori riconoscevano tratti derivanti da antichi incroci con akita da combattimento, shin akita.
Inoltre, a causa degli incroci tra i matagi inu con i Tosa da combattimento e con altri mastini europei, si era creato un altro tipo, ben riconoscibile anch'esso, molto grande, chiamato Kairyo inu, con orecchie pendenti e connettivo sottocutaneo notevole.
Tutti questi caratteri erano presenti nelle linee Kongo. Visto che non si poteva eliminare questi problemi dai cani di colore sesamo scuro i giapponesi abbandonarono queste linee in favore della linea Ichinoseki basata su cani Goromaru. Questi erano rossi e bianchi a grandi pezzature con maschera nera sul muso.
Ma questi cani avevano caratteristiche ben diverse da quelle che erano state ricercate in passato: pelle sottile, orecchie piccole, taglia minore.
I cani importati in america erano della linea Kongo e questi si unirono ad altri ichinoseki importati di contrabbando.
Pertanto negli Usa gli Akita presentano colori e costituzioni più variabili che non in Giappone.
Come risultato si ha che negli Usa, cani allevati figli di genitori importati prima della chiusura del libro degli stalloni possono somigliare agli Akita che oggi si importano dall'est.
Ovviamente tra i due estremi possono esistere molte varianti.
I problemi della denominazione dei due tipi di Akita si ebbero dapprima in Europa e in Sud America, in occasione delle expo della FCI.
Dato che gli standard sono diversi, la politica della Fci è stata quella di accettare lo standard del paese di origine, non esistendo la razza in Usa.
Tuttavia lo standard di questa esisteva , scritto nel 1955 dalla AKIHO, e corrispondeva bene all'american akita.
Lo standard giapponese, adottato, era più restrittivo e ciò creò problemi a partire dal 1990. Infatti prevede solo il colore sesamo, il tigrato, il bianco , tutti con l'urajiro. Non prevede macchie bianche o pezzature, ne la maschera nera. Caratteri invece presenti nel tipo "americano".
Sino ad allora, la maggior parte degli akita presenti in Europa erano importati da Usa e Canada ed avevano gia raggiunto notevoli risultati.
L'adozione dello standard giapponese creò forti diatribe e dissapori in quanto descriveva come difetti dei pregi che i cani dell'epoca possedevano (tipo la maschera nera)
La Fci pertanto, dopo molte riunioni, divise la razza in due sottotipi nei paesi anglofoni (Usa, Canada Inghilterra), akita giapponese ed akita americano.
Successivamente questa distinzione venne estesa anche agli altri paesi della Fci.
Attualmente la razza Akita Americano sta iniziando a diffondersi in molti paesi.
Presenta però diverse tipologie di selezione, vista anche la relativa difficoltà per far arrivare cuccioli dagli Usa, dove non tutti gli allevatori accettano di buon grado di esportare i loro migliori prodotti, specie se cuccioli.